Chi ha un familiare affetto da Alzheimer o da gravi demenze sa cosa significa affrontare rette da migliaia di euro per il ricovero in RSA.
Eppure, in molti casi questi costi non spettano alle famiglie, ma devono essere coperti dal Servizio Sanitario Nazionale.
La legge parla chiaro.
L’art. 30 della legge 730/1983 stabilisce che “sono a carico del Fondo sanitario nazionale gli oneri delle attività di rilievo sanitario connesse con quelle socio-assistenziali”.
I decreti del 14 febbraio e del 29 novembre 2001 confermano che le prestazioni sociosanitarie ad elevata integrazione sanitaria, come nei casi di Alzheimer in fase avanzata, sono totalmente a carico del SSN.
La giurisprudenza più recente è unanime: quando l’assistenza è strettamente connessa alle cure mediche, l’intera retta deve essere pubblica.
Tra le molte decisioni, la Corte d’Appello di Milano n.1644/2025 e la Cassazione n.33394/2024 ribadiscono che le prestazioni assistenziali strumentali a quelle sanitarie devono essere gratuite.
Nonostante ciò, molte RSA continuano a chiedere il pagamento, sostenendo che si tratti di semplice “assistenza sociale”. Ma la Cassazione ha chiarito che conta la prevalenza sanitaria della cura, non l’etichetta amministrativa.
Oggi è il momento giusto per agire: è in discussione una riforma (legge 33/2023) che potrebbe introdurre criteri più rigidi.
Chi presenta ora la propria richiesta ha buone probabilità di ottenere il rimborso integrale delle rette pagate o la copertura totale del costo attuale.
Puoi chiedere il rimborso degli ultimi 5–10 anni.
Puoi chiedere che il costo venga assunto dal SSN.
Il diritto alla salute non si chiede: si pretende.
E oggi la legge è dalla parte delle famiglie.



















